Rinnovabili: quanto e come, nei prossimi 10 anni – di T.Barbetti

Per gentile concessione di Rienergia

 

Il futuro è delle rinnovabili? Mai domanda fu più divisiva.

A un ipotetico sondaggio, siamo convinti che una metà degli intervistati – pensando agli incentivi che non ci sono più – risponderebbe che i giorni migliori sono alle spalle, mentre l’altra metà – con riferimento agli accordi sul clima – direbbe convinta che le rinnovabili saranno al centro del modello di sviluppo futuro.

In effetti, dal momento in cui sono finiti gli incentivi generalizzati (momento che possiamo collocare nell’anno 2013) le oscillazioni della lancetta che indica il “sentiment” sulle rinnovabili sono, fortissime anche presso gli addetti ai lavori – segno questo che il settore sta probabilmente vivendo una fase di ripensamento del proprio ruolo.

Negli ultimi mesi, la lancetta del barometro sembra essersi spostata sul sereno: merito, molto probabilmente, della crescente spinta alla decarbonizzazione che si registra nell’arena internazionale, dove il noto “smarcamento” degli USA di Trump sembra aver piuttosto prodotto l’effetto di rinserrare le fila di chi invece dell’accordo si è fatto portatore.

Una crescita senza precedenti?

Tra questi, pur con la consueta cautela, sembra esserci l’Italia: il riferimento va ai contenuti della bozza di Strategia Energetica Nazionale (SEN) che dovrebbe essere approvata a cavallo tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018.

Essa, infatti, contiene – tra i tanti elementi – un obiettivo notevolissimo in termini di produzione di rinnovabili: si parla infatti di circa 170 TWh di produzione attesi per il 2030 – uno share sulla domanda tra il 48%e il 50%. Nella testa del Governo, lo sviluppo sarà soprattutto su fotovoltaico ed eolico, che nel 2030 rispettivamente triplicherebbero e raddoppierebbero la produzione attuale, dando vita ad una stagione di sviluppo che farebbe impallidire la passata ondata di investimenti (2000-2013).

Se questo è il “quanto”, sul “come” il Governo si limita ad indicare che almeno in una prima fase (fino al 2020?) si potrà contare ancora su qualche forma di incentivo, mentre in seguito ci penserà il mercato, evidentemente sostenuto – nella view del Governo – da segnali di prezzo sufficienti ad attivare gli investimenti; pochi, invero, anche i riferimenti alla gestione dell’adeguatezza del sistema elettrico con una simile iniezione di rinnovabili.

Elemens, nel suo ultimo rapporto trimestrale (LookOut 17), si è spinta un po’ più in là, individuando 8 modelli di business che guideranno questa impetuosa crescita. Per ovvi motivi di spazio, ci limiteremo a guardarne due macro-modelli: un primo orientato alla generazione distribuita e con una forte interazione con l’auto-consumo; un secondo sul large scale e con un crescente ricorso agli strumenti, anche nuovi, del mercato organizzato.

Il modello diffuso

Si è già detto che nella SEN la parte del leone spetta al fotovoltaico (FV), con una produzione triplicata al 2030. Il FV, pur disponendo di un potenziale di produzione teoricamente quasi illimitato (irradiazione solare), ha un suo limite nell’occupazione di suolo. Al proposito, appare difficile ipotizzare che i circa 30–35 GW che ci si aspetta di realizzare vengano tutti piazzati a terra, occupando una superficie pari a quella dell’intero Chianti. Di questo si trova conferma anche nella stessa SEN, che indica nella tutela dell’uso del suolo (in particolare agricolo) il criterio maestro che dovrà governare lo sviluppo del FV.

Ecco dunque che viene facile ipotizzare che larga parte delle nuove iniziative si collocherà in aree industriali o soprattutto sulle coperture degli edifici, dando vita a modelli di auto-consumo. Tali modelli sono come noto già possibili oggi – tuttavia la regolazione ne limita la realizzabilità ai modelli one-to-one (un produttore, un solo consumatore), tant’è che molti osservatori ne hanno già intonato il de profundis. L’esordio dei modelli one-to-many (collettività energetica di vario tipo), di cui tacciamo le numerosissime conseguenze sul sistema e sul business, è già previsto dalla nuova proposta di direttiva rinnovabili e arriverà in Italia per il 2020: l’auto-consumo (in particolare quello da fotovoltaico) uscirà fuori dalla nicchia di mercato in cui è adesso relegato e potrà rappresentare pertanto uno dei cardini della crescita delle rinnovabili.

Il modello centralizzato

L’idea di sviluppo delle rinnovabili che sembra avere in mente questo Governo tuttavia non si limita affatto alla sola generazione distribuita: sia per il fotovoltaico, sia soprattutto per l’eolico, si prospetta anche una crescita degli impianti di grande taglia – crescita che, almeno fino al 2020, sarà sostenuta con incentivi assegnati tramite aste (in cui il fotovoltaico, dopo un digiuno che dura da 7 anni, potrebbe essere riammesso, partecipando forse alle stesse aste technology neutral in cui ci sarà anche l’eolico). Dal 2020 in poi, si diceva, dominerà il mercato: al proposito il Governo sembra aver chiara l’idea che nessuno (o pochi, come prova il recente impianto FV a Montalto di Castro) farà impianti contando solo sulla speranza che i futuri prezzi energia lo ripagheranno e che, al contrario, in una industry capital intensive come quella energetica (e come in particolare quella delle rinnovabili) sarà necessario un segnale di prezzo di lungo termine per realizzare gli investimenti. Tale segnale andrà trovato nella contrattazione long term (PPA, power purchase agreement) con aziende interessate a loro volta a fissare il prezzo: sembra facile a dirsi, ma in un paese con una scarsa cultura del lungo termine come il nostro, opportunità di questo tipo non sembrano al momento abbondare. Anche per questo il Governo sembra apprezzabilmente voler individuare degli strumenti di stimolo alla loro adozione, per quanto le prime soluzioni individuate (“l’indice PPA”, una sorta di previsione sul prezzo futuro dell’energia i cui confini con l’incentivo sembrano abbastanza sfumati) paiono ancora poco convincenti.

Del resto, se Roma non fu costruita in un giorno, nemmeno 50 GW potranno esserlo.

 

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