Come e perché portare le FER in MSD

Per gentile concessione di Rienergia

 

“La discussione sulla neutralità climatica al 2050 non dovrebbe riguardare se possiamo o meno raggiungere questo obiettivo ma il modo in cui lo raggiungeremo” ha recentemente dichiarato la Cancelliera Merkel. Tra i vari “come” da affrontare per realizzare questo lungo percorso di transizione, è necessario porre attenzione sulle modalità da adottare per gestire le emergenti necessità del sistema elettrico in uno scenario che – presto o tardi – sarà dominato dalle rinnovabili. Rischi di over-generation, ripidità della rampa di carico, capacità regolante limitata, compressione dei margini di riserva, congestioni di rete, poche risorse per regolazione di tensione e frequenza: questi sono i problemi di un sistema elettrico decarbonizzato, problemi che tendono ad enfatizzarsi all’aumentare della potenza non programmabile installata, che dovrà quindi essere direttamente coinvolta nella loro gestione.

Il mercato dei servizi di dispacciamento tuttavia è nato per essere ad appannaggio degli impianti convenzionali programmabili ed è stato cucito sulle loro caratteristiche: per aprire MSD, l’Autorità ha avviato nel 2017 con la delibera 300 un processo di riforma volto a coinvolgere nuove risorse ad offrire servizi, tra cui le rinnovabili, attraverso progetti pilota utili a dare indicazioni nell’ottica di una riforma organica del dispacciamento. Alcuni dei progetti pilota riguardanti le fonti rinnovabili sono ancora in corso (UPR) altri sono terminati (UVAC e UVAP) e si sono evoluti (UVAM) mentre altri ancora sono in arrivo (UVAS), ma ad oggi hanno più o meno dato tutti la stessa indicazione: includere nuovi soggetti in questo mercato è molto complesso, e nei casi in cui è avvenuto l’effettiva partecipazione attiva al mercato è risultata ancora scarsa.

Il motivo è che MSD – proprio perché disegnato per rendere efficiente la partecipazione degli impianti convenzionali – non è uno sport per tutti e le risorse rinnovabili non trovano spazio in questo mercato soprattutto per due ragioni:

• le loro caratteristiche tecniche non si adattano ai requisiti minimi richiesti da Terna per la partecipazione in MSD (esempio chiaro è l’originario obbligo di simmetricità – a salire e a scendere – dei servizi da fornire, eliminato in alcuni casi dalla delibera 300), e la non programmabilità della fonte primaria che rende poco “affidabili” tali asset;

• la partecipazione in MSD non è strutturalmente conveniente dal punto di vista economico dell’operatore sia per i servizi a salire (per l’inaffidabilità delle previsioni di immissione), sia per i servizi a scendere (per l’assenza di costi variabili) – senza contare il ruolo degli incentivi, cui il produttore non intende rinunciare per effetto delle modulazioni.

La disciplina dei progetti pilota UVAP e UVAM ha affrontato principalmente i vincoli tecnici, adattandoli ad aggregatori che potessero unire unità in prelievo (demand response), cogeneratori e impianti rinnovabili non rilevanti, con quest’ultimi che sono rimasti sostanzialmente aggregabili solo sulla carta anche perché il segnale economico – legato ad una remunerazione a termine ma di breve periodo, almeno per le UVAM – non è stato sufficientemente attraente per convincere ad abilitarsi.

Per aumentare la partecipazione delle FER in MSD la soluzione più immediata sarebbe quella di rilassare i requisiti tecnici e rimuovere il floor ai prezzi per consentire offerte di riacquisto a valori negativi. Questo però comporterebbe un doppio rischio, in quanto sul fronte dei vincoli tecnici si andrebbe a perdere la specificità dei servizi e di conseguenza l’utilità di MSD (i servizi di dispacciamento devono rispondere a leggi fisiche: ad esempio un impianto incapace di modificare il proprio profilo in tempi brevi non sarebbe utile alla regolazione di frequenza) mentre la possibilità di offrire prezzi negativi potrebbe dare l’opportunità ad alcuni soggetti di sfruttare il proprio potere di mercato.

Oggi ci si trova quindi in un limbo in cui la fornitura di servizi da parte delle FER risulta difficilmente integrabile in MSD ma contemporaneamente sarà una risorsa sempre più imprescindibile, rendendo fondamentale la ricerca di nuove modalità per permettere a questi soggetti di partecipare alla regolazione del sistema.

A seconda della fonte, della tecnologia e della taglia, ogni impianto rinnovabile presenta peculiarità tecniche che risultano più o meno efficaci nella fornitura dei diversi servizi rendendo la sua partecipazione nell’MSD così come configurato oggi non necessariamente la soluzione più conveniente, sia per il sistema che per gli operatori. Sarà dunque fondamentale rivedere lo schema di questo mercato individuando i servizi che ogni impianto può offrire in risposta alle necessità del sistema così da “spacchettare” MSD, diversificando le regole di partecipazione per la fornitura dei diversi servizi (l’annunciato progetto pilota per la regolazione di tensione da parte degli eolici rilevanti è orientato in questa direzione). Ciò non può che allontanarci da una logica di tech neutrality a favore di una diversificazione delle modalità di approvvigionamento dei servizi richiesti dal sistema, probabilmente intervenendo anche sulle modalità di remunerazione: vista la natura della fonte primaria (gratuita) e degli investimenti in impianti rinnovabili (capital intensive) sembra necessario passare da una logica di offerta focalizzata sull’energia ad una sulla capacità e sulla disponibilità, introducendo un crescente utilizzo di contratti a termine.

Chiaramente bisognerà tenere sotto controllo i costi di tali innovazioni in MSD, tenendo tuttavia sempre presente che – se si persegue la decarbonizzazione – l’abilitazione delle rinnovabili è una necessità e non un lusso.

 

Salvatore Alessandro Casa e Andrea Marchisio – Elemens

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