Anatomia del repowering eolico Di T. Barbetti

Per gentile concessione di Rienergia

Tra pochi giorni il Governo Italiano presenterà alla Commissione Europea la prima versione del Piano Energia Clima, lo strumento con il quale ciascuno Stato Membro intende provare come raggiungere gli ambiziosissimi obiettivi in materia di decarbonizzazione che l’Unione europea ha di fatto approvato con il trilogo di giugno.

Sebbene non vi siano state particolari anticipazioni sui contenuti del Piano, appare chiaro che la crescita prevista per le rinnovabili elettriche sarà impetuosa e quasi tutta concentrata su fotovoltaico ed eolico. Nello specifico, Elemens, in un lavoro per Anev e Elettricità Futura presentato al Ministro Di Maio lo scorso luglio, ha stimato che, per raggiungere un ipotetico 32% finale di penetrazione delle rinnovabili sui consumi finali lordi di energia primaria (appunto, l’obiettivo definito in sede europea), potrebbero servire circa 33 TWh di produzione eolica aggiuntiva rispetto a quella che si avrebbe al 2030 in uno scenario inerziale (ossia, che tenga conto del decomissioning per naturale obsolescenza dei parchi più vecchi), portando così il settore ad una dimensione di 3 volte maggiore rispetto a quella attuale.
Al riguardo, due saranno le modalità con cui verrà sviluppato l’eolico: mediante impianti greenfield (ossia su aree in cui in precedenza non vi erano impianti) e mediante il repowering degli impianti esistenti.
Il repowering dell’eolico è un concetto che si è fatto largo, dal punto di vista lessicale, negli ultimi anni – assieme a quello, per il vero ancor più generico, di “rinnovamento eolico”.
Se con rinnovamento eolico si intende tutta quella serie di azioni volte all’ammodernamento dei parchi eolici esistenti (dalla sostituzione di parti di impianto fino alla totale ricostruzione dei parchi), con il concetto di repowering si intende invece la realizzazione ex novo di un impianto eolico presso un sito che ospita un impianto eolico pre-esistente (normalmente, quindi, da parte del proprietario del vecchio impianto, che si farà anche carico del decomissioning del precedente parco): si può quindi affermare che il repowering appartiene alla famiglia del rinnovamento, rappresentandone di fatto l’esponente più illustre.

Per quanto dal punto di vista normativo non esista una puntuale definizione di repowering, vi sono larghissimi punti di convergenza con quella di “integrale ricostruzione” presente nel DM 6 luglio 2012, con cui fa riferimento a “l’intervento che prevede la realizzazione di un impianto alimentato da fonti rinnovabili in un sito sul quale, prima dell’avvio dei lavori, preesisteva un altro impianto di produzione di energia elettrica, del quale può essere riutilizzato un numero limitato di infrastrutture e opere preesistenti”.
Il repowering non va quindi confuso con il reblading – la sostituzione delle “pale” – che, dal punto di vista normativo, è invece configurabile come un ammodernamento ai sensi della recente disciplina del GSE. E’ invece apparentabile al concetto di repowering la definizione di “potenziamento non incentivato” presente anch’esso nella disciplina del GSE – per quanto essa si limiti esclusivamente a interventi effettuati su impianti ancora oggetto di incentivazione e abbia dunque una valenza assai più limitata rispetto alle integrali ricostruzioni.
Il razionale del repowering risiede nella possibilità di ottenere un livello di efficienza molto più elevato da un sito, grazie all’utilizzo di macchine di ultima generazione (di maggior potenza e maggior dimensione del rotore, con livelli di produzione che possono arrivare a 3.000 ore equivalenti annue) in luogo delle vetuste, talora tralicciate, macchine di inizio millennio (di potenza ridotta e con un livello di produzione che difficilmente arrivava a 2.000 ore equivalenti annue).

Del vecchio impianto resterà dunque solo il sito (oltre a pochi elementi relativi per lo più alla parte elettrica, avvicinando così il costo di investimento del repowering a quello di un progetto greenfield): in termini visivi si assisterà alla sostituzione di molte piccole macchine con meno macchine di potenza e dimensione maggiore, con un presumibile incremento della potenza complessiva dell’impianto che aumenterà ulteriormente il livello di produzione dei parchi rispetto all’ante-operam. A detta degli operatori, gli interventi di repowering consentiranno dunque di sfruttare al meglio i primi siti su cui si è fatto eolico in Italia (i più ventosi?), con un’ottimizzazione dell’uso del suolo che deriverà dalla riduzione del numero di macchine presenti (compensata tuttavia dalla maggior dimensione delle nuove macchine).
La dimensione del mercato del repowering eolico dipenderà da una serie di fattori – alcuni di essi normativi (autorizzazione, supporto ai ricavi), altri relativi alle strategie delle aziende.

In primis, occorre ipotizzare in quale momento della vita utile del parco pre-esistente gli operatori decideranno di intervenire: se lo faranno, come appare ragionevole, al termine della sua vita tecnica (ad esempio, tra il 20° e il 25 °anno successivo alla messa in esercizio) gli impianti oggetto di repowering nei prossimi 10 anni potrebbero arrivare a 3,4 GW – ipotizzando, come descritto, che a seguito degli interventi la potenza degli impianti aumenti in media del 50%, la potenza complessiva degli impianti oggetto di repowering arriverebbe a 5,1 GW.
Tali valutazioni non tengono tuttavia conto delle difficoltà lamentate dagli operatori, in particolare in relazione ai procedimenti autorizzativi (del tutto comparabili, sia in tempistiche sia in procedure, a quelli previsti per impianti nuovi) e soprattutto all’impossibilità di accesso agli strumenti di sostegno invece previsti per gli altri nuovi impianti. Infatti, per effetto del cosiddetto Spalma-incentivi volontario (DM 18 novembre 2014, in attuazione del DL Destinazione Italia promosso dal Governo Letta), a tutti gli impianti in esercizio che nel 2015 non abbiano accettato una riduzione del valore degli incentivi a fronte di un’estensione della loro durata, è fatto divieto di accedere, a seguito della fine della fruizione degli incentivi (e dunque, anche in caso di interventi di repowering), a qualsiasi forma di incentivazione per 10 anni.
Dal momento che la formula dello Spalma-incentivi procurava una perdita di valore netto, assai pochi sono stati gli aderenti – di conseguenza, la quasi totalità del settore eolico è di fatto soggetta al divieto sopra richiamato (sono fatti salvi solo gli impianti entrati in esercizio prima del 2003, per i quali la prescrizione non si applicava: si tratta tuttavia di una manciata di impianti che non arrivano a rappresentare il 5% del potenziale del repowering). Salvo dunque una revisione della norma, gli strumenti in rampa di lancio per il sostegno alle rinnovabili – e in particolare le 8 aste previste dal nuovo DM FER per l’eolico e il PV – non saranno in alcun modo accessibili al repowering, a cui resta come unica alternativa il mercato: la razione di PPA sarà sufficiente?

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